Nel mondo, si stima che circa un quarto dei pazienti con infezione da virus HIV siano anche infetti da virus dell’epatite C (HCV), e dunque circa 7 milioni di pazienti sono affetti da co-infezione HCV e HIV. La malattia di fegato costituisce tuttora una causa di morte rilevante nella popolazione europea dei coinfetti: la mortalità per malattia di fegato si attesta infatti intorno al 24% nei coinfetti rispetto all’1% registrato nei soggetti con monoinfezione da HIV. Tutti gli studi epidemiologici mostrano in modo uniforme che i tassi di progressione della fibrosi sono incrementati nei coinfetti rispetto ai pazienti mono-infetti HCV, con il conseguente rischio di cirrosi, scompenso ed epatocarcinoma (HCC). In particolare, l’HCC ha causato, nel 2000, il 16% dei decessi correlati a malattia di fegato in questa popolazione, ed in 10 anni la percentuale è salita, dal 2000 al 2010, fino al 42%. A questo si affianca l’evidenza che il paziente con coinfezione presenta un incremento del rischio di sviluppare patologia extra-epatica. Infatti, entrambi i virus HIV e HCV sono responsabili di uno stato infiammatorio sistemico che produce un corredo di manifestazioni patologiche che coinvolgono l’equilibrio metabolico con rischio di diabete mellito e dislipidemia e si riflettono in malattie dell’apparato cardio-vascolare, del rene e del sistema nervoso centrale. Nessuna meraviglia, quindi, che la coinfezione amplifichi i rischi di sviluppare numerose patologie a carattere sistemico che, a loro volta, peggiorano la prognosi dei pazienti coinfetti.

Negli anni passati, in questa popolazione, la terapia antivirale per HCV è stata piuttosto difficile da eseguire in quanto la scarsa tollerabilità dei trattamenti disponibili e la ridotta probabilità di risposta ne limitavano fortemente l’accesso. Nella coorte italiana Icona, al gennaio 2013, solo il 22 % dei pazienti aveva effettuato una terapia anti-HCV, il più delle volte con esito insoddisfacente. Lo scenario è però cambiato negli ultimi mesi, dal momento che i trattamenti disponibili – o di prossima disponibilità – sono estremamente tollerabili e garantiscono tassi di risposta nei pazienti coinfetti assolutamente equivalenti a quelli dei pazienti monoinfetti HCV. Negli studi presentati recentemente, i tassi di risposta virologica, che corrisponde alla guarigione dall’infezione e quindi di arresto della progressione di malattia, si attestano tra il 90 e il 97%. Coerentemente, le linee guida EASL raccomandano il trattamento anti-HCV dei pazienti coinfetti HIV-HCV, con una priorità che prescinde dallo stato di fibrosi e con indicazioni, nella scelta dei farmaci, identiche rispetto ai pazienti mono-infetti HCV.

Dunque, lo scenario attuale nella coinfezione indica la malattia di fegato come causa rilevante di mortalità nei pazienti con co-infezione HCV-HIV, ma in futuro la tendenza può essere invertita per effetto di:

  • Migliore capacità di diagnosi della coinfezione;
  • Migliore accesso alla cura dell’epatite C;
  • Identificazione precoce del rischio di progressione di malattia;
  • Diagnosi precoce e gestione dell’epatocarcinoma;
  • Diagnosi precoce e gestione delle comorbidità extra-epatiche.

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/salute/11868808/Approccio-e-soluzioni-per-i-pazienti.html