Precauzioni, profilassi e vaccinazioni

Prima di partire

4 – 6 settimane prima di mettersi in viaggio, è opportuno:

  • verificare se occorrono vaccinazioni obbligatorie o raccomandate contro le malattie endemiche della destinazione di viaggio, rivolgendosi al proprio medico o all’Ambulatorio per i Viaggiatori internazionali della propria ASL (vedi i “centri di vaccinazione” alla fine di questo paragrafo);
  • verificare se si è assicurati e cosa occorre fare presso l’ASL o l’Agenzia di Viaggi.

Precauzioni

Chi viaggia deve considerare possibili esposizioni a fattori di rischio della destinazione di viaggio, ecco alcuni consigli per tutelare la propria salute:

  • evitare rapporti sessuali occasionali non protetti, poiché aumentano il rischio di trasmissione di infezioni, usare sempre il preservativo;
  • evitare cibi freddi o riscaldati, buffet freddi di carne, pesce o molluschi, creme all’uovo o alla panna, salse crude all’uovo, frutta e verdura cruda non lavata;
  • evitare alimenti e farmaci ai quali si è allergici;
  • evitare di bere acqua del rubinetto e delle fontane non accuratamente depurata (non potabile). Usare acqua minerale in bottiglie sigillate, a tavola e per lavare i denti. Evitare il ghiaccio;
  • proteggersi dalla presenza di parassiti nell’ambiente e negli animali con cui si può venire a contatto (insetti, invertebrati, pollame, ecc);
  • tenere presente l’esposizione ambientale a cui l’organismo non è abituato (altitudine, siccità, temperature elevate); portare creme solari a fattore protettivo molto alto, scorte di acqua sufficienti per idratarsi; occhiali e indumenti di protezione dai raggi solari;
  • portare una piccola farmacia da viaggio che includa farmaci assunti abitualmente, compresi liquidi per lenti a contatto; antimalarici (nei casi indicati); antidolorifici, antibiotici; antidiarroici; forbici, cerotti, salviettine disinfettanti, ecc.

Profilassi e vaccinazioni

Le vaccinazioni prevengono molte delle malattie che si possono contrarre durante i viaggi internazionali. Prima di partire, è opportuno controllare il proprio stato vaccinale previsto dal programma nazionale. Le vaccinazioni obbligatorie in Italia sono quelle contro difterite, tetano (Dt), poliomielite (Ipv), epatite B (Hb), quelle raccomandate sono contromorbillo, parotiteerosolia (Mpr) e infezioni da Haemophilus influenzae b (Hib). Vaccini o profilassi specifici sono consigliati, a seconda del paese di destinazione e delle malattie in esso diffuse. Nessun paese richiede più un certificato di vaccinazione contro il vaiolo e contro il colera. L’unico certificato richiesto nei viaggi internazionali, limitatamente ad alcuni viaggiatori, è quello contro la febbre gialla.

Per prevenire la malaria,in ogni paese situato in zone endemiche è raccomandata una chemioprofilassi specifica, in base alle specie e al livello di farmaco-resistenza dei parassiti presenti. La chemioprofilassi va iniziata prima dell’arrivo in zona malarica, assunta con regolarità durante tutto il periodo di permanenza e continuata ancora dopo aver lasciato la zona a rischio. Molti disattendono proprio a questo consiglio, permettendo lo sviluppo della malattia che, durante il soggiorno era ancora in incubazione. Anche una sola interruzione dell’assunzione del farmaco, può diminuire l’effetto protettivo, la dose va ripresa quindi il prima possibile. Nei mesi successivi al rientro se compare febbre di origine non chiara, comunicare al proprio medico di essere stati in una zona malarica.

Centri di vaccinazione nel Lazio

Roma – Fiumicino- Ufficio San. Marittima via della Letteratura 14
Roma- Istituto Superiore di Sanità (solo per il personale dipendente)
Roma- ASL RM/A via Boncompagni 101
Roma- ASL RM/B via Bardanzellu, 8
Roma- ASL RM/D via Portuense 292
Roma- ASL RM/E via Plinio 31
Roma– ME.T srl Centro Medicina Preventiva e Tropicale Via Trionfale 79A
Roma- FAO (solo per il personale dipendente)
Roma- INMI “L.Spallanzani” via Portuense, 292
Roma- Ministero della Difesa (solo per il personale dipendente)
Tivoli- ASL RM/G viale Mannelli
Viterbo- ASL di Viterbo via Enrico Fermi 15

 

Malattie del viaggiatore

Principali malattie infettive per le quali la corretta informazione è già efficace per una prevenzione di primo livello:

* Fonte: Materiale tecnico e informativo del Ministero della Salute – Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria

AMEBIASI

Che cos’è?
E’ una malattia provocata da un parassita (l’ameba) che può dare manifestazioni cliniche intestinali o extraintestinali. L’infezione da ameba è diffusa in tutto il mondo, più frequentemente nei Pesi tropicali e sub-tropicali, ed è favorita dai climi caldo-umidi e da condizioni igienico ambientali scadenti.

Come si manifesta?
La maggior parte delle infezioni da ameba decorre senza sintomi ma, quando la malattia si manifesta, dopo un periodo di incubazione (periodo durante il quale la persona è già stata infettata ma non ha ancora manifestato i sintomi della malattia) che di solito dura 2-4 settimane, si ha generalmente una diarrea acuta. Si possono avere anche manifestazioni più gravi con febbre, brividi e diarrea sanguinolenta o mucoide o manifestazioni extraintestinali quali l’ascesso epatico.

Cosa fare quando ci si ammala?
Nel caso che si manifestino sintomi sospetti (diarrea, dolori addominali, febbre, disturbi epatici) è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico o ad una struttura ospedaliera per effettuare, quanto prima, gli esami di laboratorio per la conferma della diagnosi e la necessaria terapia. Nell’assistenza a pazienti affetti da amebiasi debbono essere  adottate precauzioni per evitare il contatto diretto o indiretto con le feci o con oggetti da queste contaminate; è indicato l’uso di guanti e di indumenti protettivi. Gli oggetti sporcati dalle feci e la biancheria devono essere disinfettati e lavati a temperature superiori a 60°. Le persone colpite da amebiasi debbono essere allontanate dalle attività che comportino la manipolazione o distribuzione di alimenti, l’assistenza sanitaria e quella all’infanzia fino al completamento della terapia farmacologica appropriata e alla dimostrazione di assenza di cisti amebiche nelle feci. Le persone che sono state a contatto con un paziente affetto da amebiasi, in particolare i conviventi, vanno sottoposte a controllo sanitario per la ricerca di altri casi d’infezione e della fonte di esposizione, con particolare riguardo a storie di viaggi in aree dove la malattia è sempre presente. Il trattamento specifico dell’infezione amebica si basa sulla somministrazione di farmaci antiparassitari da assumere sempre su prescrizione e sotto controllo medico. Per i casi di amebiasi extraintestinale e di ascessi amebici può essere indicata la terapia chirurgica.

Come si trasmette?
La trasmissione avviene soprattutto in seguito all’ingestione di acqua o di alimenti (in particolare frutta e verdura) contaminati da materiale fecale in cui siano presenti cisti amebiche. Il contagio diretto da uomo a uomo, attraverso contatto diretto con mani sporche è raro ma possibile. Si trasmette anche per via sessuale, in seguito a contatti orali- anali e oro-genitali. L’uomo, malato o asintomatico, è l’unica sorgente di infezione.

Esiste una vaccinazione?
Non esistono vaccini nei confronti dell’amebiasi.

Come si previene?
Come tutte le malattie a trasmissione fecale-orale, lo scrupoloso rispetto di elementari norme igieniche è fondamentale, a livello individuale, per la prevenzione dell’amebiasi. La disinfezione dell’acqua, può essere effettuata mediante bollitura, oppure aggiungendo all’acqua filtrata 32 gocce di tintura di iodio al 2% per litro. La soluzione così ottenuta deve essere lasciata riposare per almeno 30 minuti- un’ora prima del suo utilizzo. La tintura di iodio, a scopo di disinfezione va utilizzata con cautela da parte di persone con problemi tiroidei.

COLERA

Che cos’è?
E’ una malattia batterica acuta dell’intestino, provocata da batteri appartenenti al genere dei vibrioni, i quali al microscopio si presentano come bastoncelli con una caratteristica incurvatura che conferisce loro l’aspetto di una virgola. I vibrioni del colera producono una tossina che danneggia le cellule del rivestimento dell’intestino, alterando così la loro capacità di assorbimento delle sostanze nutritive e dei liquidi contenuti negli alimenti che ingeriamo.

Come si manifesta?
Dopo un periodo di incubazione che va da poche ore a 5 giorni, abitualmente è di 2-3 giorni, ha un esordio improvviso caratterizzato da diarrea acquosa profusa, vomito, rapida disidratazione, ipotermia. Dopo le prime scariche diarroiche, le feci presentano un aspetto ad “acqua di riso”ed un odore caratteristico. La perdita di grandi quantità di liquidi come il vomito e la diarrea può provocare stato di shock e decesso. Nei casi gravi non trattati la letalità può arrivare al 50%, mentre con adeguata terapia, consistente nella somministrazione di soluzioni reidratanti, la letalità del colera è inferiore all’1%.

Cosa fare quando ci si ammala?
Nel caso che si manifestino sintomi sospetti (scariche diarroiche acquose) è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico o ad una struttura ospedaliera per effettuare, quanto prima, gli esami di laboratorio per la conferma della diagnosi e la necessaria terapia. I pazienti affetti da colera dovrebbero essere ricoverati in ambiente ospedaliero. Nel caso non sia possibile l’ospedalizzazione, i pazienti dovrebbero essere accolti in stanze separate, in cui abbiano accesso soltanto le persone che prestano assistenza. Per prevenire la trasmissione di infezioni, trasmesse per mezzo del contatto diretto o indiretto delle feci, vanno sempre usati i guanti nel caso di possibile manipolazione o contatto con materiali contaminati e grembiuli. Le feci e gli oggetti da esse contaminati debbono essere disinfettati. Le persone che sono state in contatto con un caso di colera debbono essere sottoposte a “sorveglianza sanitaria” per 5 giorni dall’ultima esposizione e per altrettanti giorni dovrebbero astenersi da tutte quelle attività che comportino direttamente o indirettamente la manipolazione di alimenti. In caso di elevata probabilità di trasmissione in ambito domestico, i conviventi ed i contatti di un caso di colera possono essere sottoposti a profilassi preventiva con farmaci antibiotici prescritti dal medico curante. In particolari situazioni, in caso di vomito e diarrea profusa, in attesa di un adeguato trattamento in ambiente ospedaliero, può essere somministrata al paziente una soluzione reidratante orale.

Come si trasmette?
Il colera è una tipica malattia a trasmissione fecale-orale: essa può essere contratta in seguito all’ingestione di acqua o di alimenti contaminati da materiale fecale di individui infetti (malati o portatori sani o convalescenti); i vibrioni sono dotati di notevole resistenza all’ambiente esterno, soprattutto in ambiente liquido; essi possono sopravvivere anche in ambiente moderatamente salino come l’acqua di mare. Per questo motivo il pesce, se consumato crudo, e molluschi e crostacei, abitualmente consumati crudi, sono particolarmente pericolosi ai fini della trasmissione del colera. E’ pericolosa, in aree dove la malattia è sempre presente e/o si manifesta in forma epidemica, anche la verdura consumata cruda per la possibilità che liquami  vengano usati a scopo irriguo e/o fertilizzante.

Periodo di contagiosità?
La contagiosità (la possibilità che il microrganismo venga trasmesso da un soggetto infetto o malato ad uno sano) è legata alla presenza di V. cholerae nelle feci; abitualmente il periodo di contagiosità si protrae per alcuni giorni dopo la guarigione clinica ma, talvolta, può instaurarsi uno stato di portatore cronico, con eliminazione dei germi che persiste da qualche settimana a qualche mese. Non sono rari i casi di infezioni in apparenti e di portatori sani, cioè di persone che, in assenza di qualsiasi sintomo, eliminano vibrioni con le feci per settimane e forse per mesi. Si stima che soltanto il 10% delle persone infette sviluppi i sintomi tipici della malattia, con disidratazione moderata o grave.

Esiste una vaccinazione?
I vaccini colerici tradizionali, presentano un’efficacia pari al 30-50%; ciò significa che su 100 persone vaccinate soltanto da 30 a 50 di essere possono considerarsi protette nei confronti della malattia, mentre nelle restanti persone possono verificarsi casi di infezione in apparente e sub-clinica; per tale motivo la vaccinazione anticolerica non rientra più tra quelle richieste ufficialmente a livello internazionale, ed è anzi apertamente sconsigliata dall’OMS per il falso senso di sicurezza che può indurre a trascurare altre misure di prevenzione. Maggiormente efficaci sembrano essere i vaccini anticolerici orali prodotti con metodiche di ingegneria genetica; tali vaccini non sono commercializzati in Italia.

Come si previene?
Come per tutte le malattie a trasmissione fecale-orale, lo scrupoloso rispetto di elementari norme igieniche è fondamentale a livello individuale, per la prevenzione del colera. I vibrioni del colera sono estremamente sensibili all’azione dei comuni detergenti e disinfettanti. Una buona soluzione disinfettante può essere ottenuta in ambito domestico diluendo 1 cucchiaio di varechina in un litro d’acqua.

DENGUE

Che cos’è?
La dengue è una malattia virale acuta provocata da virus (dengue 1,2,3,4) appartenenti al genere Flavivirus, cui appartiene anche il virus responsabile della febbre gialla. La malattia può presentarsi in due forme distinte: dengue classica; dengue emorragica, con o senza stato di shock; ed è presente allo stato endemico in gran parte del Sud Est Asiatico, in Africa, in America Centrale e Meridionale, in Oceania.

Come si manifesta?
Il periodo d’incubazione della dengue è simile sia per la dengue classica che per la dengue emorragica, e può variare da 3 a 14 giorni, con una edia di 5-7 giorni. La dengue classica, forma benigna della malattia, può presentare una sintomatologia più o meno spiccata a seconda dell’età: nei bambini piccoli si manifesta sotto forma di affezione febbrile lieve, accompagnata da una eruzione cutanea di tipo maculo papuloso (macchie e bolle poco sporgenti sul piano della cute), mentre nei ragazzi più grandi e negli adulti si presenta come un’affezione di tipo simil-influenzale, con febbre, cefalea, dolori osteo-articolari e muscolari (viene chiamata anche febbre rompiossa) disturbi gastrointestinali, con o senza comparsa dell’esantema maculo papuloso. A volte nella dengue classica possono aversi lievi manifestazioni emorragiche, sotto forma di perdita dal naso e dalle genigive, e di emorragie sottocutanee puntiformi (petecchie).
La forma di dengue emorragica (DE) si manifesta con un andamento a due fasi. Nella prima fase si ha comparsa improvvisa di febbre arrossamento del viso, inappetenza, lievi disturbi a carico dell’apparato gastrointestinale e delle vie aeree superiori. Segue un periodo di sfebbramento, in concomitanza del quale le condizioni dei pazienti possono improvvisamente peggiorare, con comparsa di profonda debolezza, irritabilità, pallore, colorito cianotico, soprattutto intorno alla bocca, abbassamento della pressione sanguigna, polso rapido e debole, eruzioni cutanee. In questa seconda fase sono frequenti i fenomeni emorragici, dalle petecchie, alle ecchimosi, alle epistassi, alla perdita di sangue dalle gengive, alle emorragie a carico  dell’apparato gastrointestinale. Sono possibili complicazioni a carico del fegato e del sistema nervoso centrale. Nei casi gravi si può arrivare allo stato di shock.

Cosa fare quando ci si ammala?
La dengue si manifesta con una sintomatologia febbrile che non è distinguibile da quella provocata dalla malaria, o dalla febbre tifoide, o da altre malattie acute batteriche o virali (dalle epatiti, al morbillo, alla scarlattina). In caso di febbre di qualsiasi natura, soprattutto se al ritorno da un viaggio in una zona a rischio, è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico o ad una struttura ospedaliera qualificata, per effettuare gli esami di laboratorio che confermino o escludano la diagnosi. La conferma diagnostica viene effettuata sulla base della presenza degli anticorpi specifici; la ricerca degli anticorpi è utile anche a distanza di tempo dall’attacco febbrile, per chiarire una diagnosi altrimenti dubbia. In caso di sospetta dengue va accuratamente evitata ogni forma di auto-trattamento farmacologico; in particolare, debbono essere evitati farmaci antipiretici a base di acido acetilsalicilico (aspirina) che, a causa della loro azione sulla coagulazione del sangue, potrebbero favorire la comparsa o determinare l’aggravamento di manifestazioni emorragiche.

Come si trasmette?
La dengue non si trasmete per contagio interumano diretto, ma soltanto attraverso la puntura di zanzare appartenenti al genere Aedes (lo stesso genere di zanzare che trasmette all’uomo la febbre gialla). Le zanzare Aedes, a differenza delle Anopheles (zanzare che trasmettono la malaria) pungono nelle ore diurne, con massimo di attività nelle due ore successive all’alba e nelle ore che precedono il tramonto.

Esiste una vaccinazione?
Non sono ancora disponibili, al momento attuale, vaccini contro la dengue. Nè è possibile attuare un regime di profilassi farmacologica come per la malaria.

Come si previene?
La prevenzione e il controllo della malattia, a livello collettivo, risiedono nell’attuazione di tutte quelle misure volte a eliminare o ridurre l’infestazione da zanzare e vanno dalla pronta rimozione dei rifiuti solidi urbani, al corretto allontanamento e smaltimento delle acque di fogna, agli interventi periodici di disinfestazione, alla eliminazione delle raccolte di acqua in prossimità delle abitazioni. A livello individuale, si utilizzano misure di protezione personali come zanzariere, indumenti con maniche lunghe e pantaloni lunghi, repellenti per insetti e diffusori di insetticida.

DIARREA DEL VIAGGIATORE

Che cos’è?
Si tratta di una patologia favorita da situazioni di carenze igieniche e da climi caldo-umidi, ma non si può dire che chi viaggi in paesi industrializzati sia del tutto esente dal rischio di andarvi incontro. Oltre ai fattori locali, socio-sanitari e climatici, anche fattori propri dell’ospite (età, condizioni pre-esistenti, scrupolosità o meno nel seguire norme igieniche, ecc) giocano un ruolo nella genesi della diarrea del viaggiatore. Sono state definite tre zone del mondo cui corrispondono rispettivamente un rischio minimo (America del nord, Europa occidentale, Australia) un rischio massimo (Africa, Asia, America meridionale e centrale, Medio oriente) di contrarre tale malattia.

Cosa la provoca?
Essa può avere un’origine tanto batterica, quanto virale o parassitaria; tuttavia, anche il cambiamento di abitudini e le diverse condizioni climatiche ed ambientali possono determinare la comparsa del quadro clinico. Gli agenti patogeni riscontrati con maggiore frequenza sono: i batteri Escherichia coli produttori di enterossina (ETEC), le Shigelle, le Salmonelle, il Campylobacter jejuni, e anche i banali Escherichia coli non enterotossici, ospiti abituali del nostro intestino. Oltre ai batteri vi sono i Rotavirus, gli Enterovirus, i virus Norwalk, mentre tra i parassiti vi sono la Giardia lamblia, l’Entamoeba hystolitica, i Cryptosporidium.

Come si manifesta?
Il periodo di incubazione e la contagiosità della diarrea del viaggiatore sono strettamente dipendenti dalla natura dell’agente eziologico; solitamente, però, il periodo di incubazione varia da qualche ora a pochi giorni. La malattia si manifesta con diarrea con almeno tre scariche al giorno di feci liquide o semi-formate.

Cosa fare quando ci si ammala?
La diarrea del viaggiatore è comunque una condizione morbosa di lieve entità (tende a risolversi spontaneamente in pochi giorni) ma nel caso che si manifestino sintomi sospetti sarebbe bene consultare un medico per escludere malattie per le quali è necessaria un’appropriata terapia. Il trattamento della diarrea si basa sulla reidratazione orale, per la reintegrazione dei liquidi e dei Sali persi, con abbondante consumo di acqua minerale, succhi di frutta e biscotti salari, o soluzioni saline in commercio. Il trattamento sintomatico, cioè con farmaci che riducono la mobilità intestinale, non è sempre indicato perché, nel caso di infezioni come la shighellosi possono prolungare il decorso della malattia. Il trattamento di scelta è la terapia antibiotica, che dovrebbe essere iniziata il prima possibile, sempre su prescrizione e sotto controllo medico; nei casi in cui sia stata accertata la presenza di cisti di protozoi nelle feci, è necessario un trattamento specifico con farmaci antiparassitari.

Come si trasmette?
Gli agenti patogeni responsabili di sintomatologia diarroica vengono trasmessi all’uomo per via fecale-orale, in primo luogo attraverso il consumo di acqua e alimenti contaminati, ma anche attraverso la balneazione, soprattutto in acque dolci. Il contagio diretto da uomo a uomo, attraverso contatto con mani sporche , è raro ma possibile; le mosche possono fungere da vettori passivi degli agenti infettivi, trasportandoli meccanicamente da superfici contaminate agli alimenti.

Esiste una vaccinazione?
Anche se esistono vaccini nei confronti di alcuni degli agenti patogeni responsabili di malattie diarroiche, la migliore prevenzione risiede nell’adozione delle elementari norme igieniche. La somministrazione a scopo preventivo di antibiotici o altri farmaci è da escludere, in quanto altro a non avere alcuna effettiva azione protettiva, può comportare rischi per la salute e sgraditi effetti collaterali, oltre a contribuire a selezionare ceppi batterici resistenti agli antibiotici.

Come si previene?
Con lo scrupoloso rispetto di elementari norme igieniche. Cercando di mantenere ritmi e tipo di alimentazione, per quanto possibile, abituali. Assicurandosi che l’acqua per la balneazione sia sicura dal punto di vista igienico. Disinfettando l’acqua da bere con la bollitura o con soluzioni a base di cloro o mediante l’aggiunta di tintura di iodio (32 gocce di tintura al 2% per litro d’acqua, lasciando riposare la soluzione per non meno di mezz’ora prima dell’utilizzo).

DISSENTERIA BACILLARE (SHIGELLOSI)

Che cos’è?
E’ una malattia provocata da batteri appartenenti al genere Shigella che può presentarsi con quadri clinici di gravità variabile. Nei casi trattati la letalità dovuta a tale malattia può arrivare al 10-20%. Si tratta di germi molto sensibili all’azione dei comuni disinfettanti e detergenti, ma che nell’ambiente esterno possono presentare gradi variabili di resistenza, soprattutto quando sono contenuti in materiale organico.

Come si manifesta?
L’infezione, dopo un periodo di incubazione che può variare da un minimo di 12 ore ad un massimo di 96 ore, ma che abitualmente è di 1- 3 giorni, causa una dissenteria bacillare caratterizzata da diarrea, febbre, nausea, dolori addominali, tenesmo, (spasmo doloroso dell’ano con stimolo impellente alla defecazione). Nei casi tipici, le feci contengono sangue, muco e pus.

Periodo di contagiosità?
La contagiosità è legata alla presenza di tali germi nelle feci; i pazienti sono quindi infettanti durante l’infezione acuta e per circa 4 settimane dopo la guarigione. In qualche caso l’eliminazione dei germi può continuare per anni dopo l’episodio dissenterico iniziale, con l’instaurazione di uno stato di portatore cronico (soggetto che continua ad ospitare i germi e ad eliminarli).

Come si trasmette?
Le Shigelle vengono trasmesse per via fecale-orale; la dissenteria può quindi essere contratta in seguito all’ingestione di acqua o di alimenti contaminati da materiale fecale di individui infetti (malati portatori sani o convalescenti) o all’impiego di utensili contaminati. I molluschi, i crostacei e gli altri prodotti della pesca consumati crudi sono particolarmente pericolosi, ma anche il latte non pastorizzato e le verdure possono fungere da vicoli dell’infezione. Gli insetti, in particolar modo le mosche, possono trasmettere meccanicamente questi ed altri germi patogeni, trasportandoli da materiali contaminati su cibi ed oggetti, comportandosi, quindi, come vettori passivi di infezione.

Esiste una vaccinazione?
Non è ancora disponibile alcun vaccino.

Come si previene?
Con lo scrupoloso rispetto di elementari norme igieniche, in particolar modo, le mani debbono sempre essere accuratamente lavate, con acqua e sapone, dopo avere usato i servizi igienici o dopo l’assistenza a pazienti affetti da tale malattia, utilizzando anche spazzolini per pulire le unghie e asciugamani individuali o di carta; nel caso della shigellosi, infatti, l’infezione può manifestarsi anche in seguito all’ingestione di cariche infettanti minime. Le Shigelle sono sensibili all’azione dei comuni detergenti e disinfettanti.

Cosa fare quando ci si ammala?
Nel caso si manifestino i sintomi di dissenteria è necessario ricorrere immediatamente ad un medico o ad una struttura ospedaliera per potere effettuare, quanto prima, gli esami di laboratorio per la conferma della diagnosi e la necessaria terapia. I pazienti devono astenersi dalle attività che comportino la manipolazione di alimenti o dell’assistenza sanitaria e all’infanzia fino a che gli esami di laboratorio eseguiti sulle feci abbiano escluso la presenza di Shigelle. Le persone che sono state a contatto con un paziente affetto da dissenteria, in particolare i conviventi, vanno sottoposte a controllo sanitario per almeno 7 giorni dall’ultimo contatto con il paziente; queste vanno inoltre sottoposte ad esami di laboratorio di controllo (copro coltura). Devono essere istruiti sulla necessità dell’accurato lavaggio delle mani, con utilizzazione di spazzolini per pulire le unghie e asciugamani individuali o di carta, dopo l’uso dei servizi igienici e prima della manipolazione di alimenti o della cura di malati e bambini. I farmaci vanno assunti sempre dietro prescrizione medica: è opportuno però ricordare che i farmaci antidiarroici che inibiscono la motilità intestinale sono controindicati perché possono prolungare il decorso della malattia.

FEBBRE GIALLA

Che cos’è?
La febbre gialla è provocata da un virus appartenente al genere Flavivirus ed è una malattia virale acuta che costituisce un serio problema di sanità pubblica in molti paesi dell’Africa centrale ed occidentale a sud del Sahara. La febbre gialla è presente allo stato endemico anche in alcune regioni equatoriali e tropicali dell’America centrale e meridionale.

Come si manifesta?
La febbre gialla, dopo un periodo di incubazione che può variare da 3 a 6 giorni, può manifestarsi con vari gradi di gravità- L’inizio è improvviso, con febbre accompagnata da brividi, dolori muscolari diffusi, senso di prostrazione, nausea e vomito. Nelle fasi iniziali della malattia si verifica un abbassamento del numero dei globuli bianchi del sangue (leucopenia) e sono possibili manifestazioni emorragiche e la comparsa di un colorito giallastro della pelle (ittero). Nella maggio parte dei casi la malattia si esaurisce a questo stadio, con progressione verso la convalescenza a partire dal 4°-5° giorno dall’inizio dei sintomi. In alcuni casi invece, dopo una breve fase di miglioramento, compaiono o si accentuano le manifestazioni emorragiche, con sanguinamento dal naso, dalle gengive, dall’apparato gastrointestinale (presenza di sangue nelle feci e nel vomito), accompagnate da segni di insufficienza epatica (ittero grave) e renale (blocco renale con ritenzione idrica). La comparsa di ittero grave è considerata un segno sfavorevole. La letalità per febbre gialla nelle regioni endemiche si aggira abitualmente al 5%; nelle manifestazioni epidemiche, la letalità negli adulti può arrivare al 50%. D’altro canto, molti casi di infezione decorrono in forma asintomatica o con una sintomatologia molto lieve e non specifica.

Come si trasmette?
Il virus della febbre gialla viene trasmesso all’uomo dalla puntura di zanzare appartenenti al genere Aedes. Queste zanzare a differenza delle Anopheles (zanzare che trasmettono la malaria), pungono nelle ore diurne. Nele foreste del Sud  America, oltre alle zanzare Aedes, intervengono nella trasmissione della febbre gialla anche altre specie di zanzare silvestri (genere Hemagogus) ma la specie di gran lunga maggiormente coinvolta nella trasmissione della febbre gialla, sia in Africa che in America, è l’Aedes aegypti. La febbre gialla è mantenuta in natura da un ciclo silvestre(zanzare-scimmie) e da un ciclo urbano (zanzare-uomo). Le zanzare Aedes hanno notevoli capacità di adattamento anche a climi temperati e relativamente freddi. Esse possono sfruttare, per la riproduzione, anche piccolissime raccolte di acqua piovana,  il loro adattamento agli ambienti urbani e l’infestazione nelle grandi città è alla base delle stesse epidemie di febbre gialla degli ultimi anni.

Periodo di contagiosità
La febbre gialla non si trasmette per contagio interumano diretto, ma soltanto attraverso il tramite delle zanzare infette. Le persone colpite da febbre gialla (sia in forma clinicamente apparente che senza sintomatologia apparente) sono infettanti per le zanzare che li pungono da poco prima della comparsa della febbre e per tutta la durata del periodo febbrile (mediamente 5 giorni). Le zanzare diventano a loro volta infettanti a distanza di 9-12 giorni dal pasto di sangue e rimangono tali per tutta la durata della loro vita.

Esiste una vaccinazione?
Nei confronti della febbre gialla esiste un vaccino, a base di virus viventi attenuati, con un’efficacia protettiva superiore al 90-95%. Il vaccino viene somministrato in dose singola e conferisce un’immunità di lunga durata (superiore a 10 anni). Gli anticorpi protettivi compaiono dopo 7-10 giorni dall’inoculazione del vaccino. In caso di persistenza di esposizione al rischio d’infezione, i richiami della vaccinazione vanno somministrati ogni 10 anni. La prevenzione ed il controllo della malattia, a livello collettivo nelle zone endemo-epidemiche, si fondano sulla vaccinazione dei bambini, nell’ambito dei programmi di vaccinazione per l’infanzia, o di campagne di vaccinazione di massa, sul controllo delle zanzare, mediante interventi periodici di disinfestazione, e sull’isolamento delle persone ammalate, per evitare ulteriori diffusioni del virus agli insetti.

Cosa fare quando ci si ammala?
La febbre gialla può presentarsi con una sintomatologia che, almeno nella fase iniziale, non è distinguibile da quella provocata dalla malaria, o dalla febbre tifoide, o da altre malattie acute batteriche o virali. In caso di febbre di qualsiasi natura, se ci si trovi in una zona a rischio, o si è appena tornati da questa, è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico o ad una struttura qualificata, per effettuare gli esami di laboratorio che confermino o escludano la diagnosi. La conferma diagnostica viene effettuata sulla base della presenza di anticorpi specifici. Non esiste una terapia specifica per la febbre gialla, ma soltanto un trattamento di sostegno.

Raccomandazioni per i viaggiatori
I casi di  febbre gialla in viaggiatori internazionali sono rari; il rischi di contrarre questa malattia nel corso di un viaggio in zone endemiche è solitamente modesto e direttamente legato alla durata del soggiorno. Molti Paesi endemici, o a rischio di febbre gialla per la presenza di zanzare Aedes, richiedono la vaccinazione antiamarillica come condizione per l’ingresso nel loro territorio, a tutti i viaggiatori, oppure a quelli provenienti a loro volta da aree endemiche. Il certificato di vaccinazione antiamarillica deve essere rilasciato da un Centro di Vaccinazioni autorizzato dal Ministero della Sanità ed è valido a partire dal 10° giorno successivo alla somministrazione, per un periodo di 10 anni. La vaccinazione oltre ad essere obbligatoria per alcune destinazioni, è comunque raccomandata per i viaggiatori diretti nelle aree endemiche dell’Africa e dell’America, soprattutto se il viaggio prevede escursioni in ambienti selvaggi. La vaccinazione antiamarillica è controindicata nei bambini piccoli (al di sotto dei 9-12 mesi), nelle donne in gravidanza, nelle persone con allergia alle uova, nelle persone con alterazioni del sistema immunitario per effetto di malattie o di terapie, a meno che il rischio di contrarre la febbre gialla non superi quello di una eventuale complicazione da vaccinazione.

FEBBRE TIFOIDE

Che cos’è?
La febbre tifoide, anche detta tifo addominale, è provocata da un batterio, la Salmonella typhi, appartenente al numerosissimo genere Salmonella di cui fanno parte anche le S. paratyphi A e B, responsabili dei paratifi, e le cosiddette salmonelle minori, responsabili di infezioni e tossinfezioni a trasmissione alimentare.

Come si manifesta?
L’infezione, dopo un periodo di incubazione che può variare da 3 giorni a 3 mesi, ma abitualmente è di 1-3 settimane, coinvolge l’intero organismo, manifestandosi  con esordio insidioso, febbre elevata, cefalea, malessere generale, mancanza di appetito, rallentamento delle pulsazioni cardiache (brachicardia), presenza di macchie rossastre e rilevate, localizzate al tronco, tosse secca e disturbi gastrointestinali (costipazione o diarrea). L’infezione può decorrere in forma sub-clinica; è frequente la possibilità dell’instaurarsi dello stato di portatore cronico, che può essere anche molto prolungato nel tempo.

Cosa fare quando ci si ammala?
Nel caso si manifestino sintomi di febbre tifoide è necessario ricorrere immediatamente ad un medico o ad una struttura ospedaliera per poter effettuare gli esami di laboratorio per la conferma della diagnosi e la necessaria terapia. Nell’assistenza a pazienti affetti da febbre tifoide debbono essere adottate precauzioni per evitare il contatto diretto o indiretto con le feci o con oggetti da queste sporcate: è quindi indicato l’uso di guanti e di indumenti protettivi. I soggetti colpiti da febbre tifoide debbono essere allontanati dalle attività che comportino la manipolazione o la distribuzione di alimenti, dall’assistenza sanitaria e da quella all’infanzia, fino a che gli esami di laboratorio eseguiti sulle feci e sulle urine abbiano escluso la presenza dei germi patogeni. Le persone che sono state a contatto con un paziente affetto da febbre tifoide, in particolare i conviventi, vanno sottoposte a controllo sanitario per la ricerca di altri casi di infezione e della fonte di esposizione, con particolare riguardo a storie di viaggi in aree endemiche e alle abitudini alimentari; tali soggetti vanno allontanati dalle attività che comportino la manipolazione o la distribuzione di alimenti, dall’assistenza sanitaria e da quella all’infanzia, fino a che gli esami di laboratorio eseguiti sulle feci e sulle urine abbiano escluso lo stato di portatore dell’infezione.

Come si trasmette?
La febbre tifoide è una malattia a trasmissione fecale-orale; può quindi essere contratta in seguito all’ingestione di acqua o alimenti (frutti di mare, frutta, verdura, late non pastorizzato) contaminati da materiali fecali contenenti Salmonelle. Le Salmonelle sono dotate di una notevole resistenza nell’ambiente esterno, soprattutto se contenute in materiali organici e possono persistere per mesi nei liquami e nel fango; resistono a lungo anche nell’acqua e nel ghiaccio. Gli insetti, in particolar modo le mosche, possono fungere da vettori passivi dei germi patogeni. L’uomo malato o portatore, è l’unica sorgente di infezione.

Come si previene
I pazienti affetti da febbre tifoide sono infettanti fintanto che S.typhi è presente nelle feci, ovvero dalla prima settimana di malattia e per tutta la durata della convalescenza. Il 2-5% dei pazienti diviene portatore cronico, potendo eliminare le salmonelle del tifo per molti mesi, e in casi estremi, per anni.

Come si previene?
Come per tutte le malattie a trasmissione fecale, lo scrupoloso rispetto di elementari norme igieniche è fondamentale, a livello individuale, per la prevenzione della febbre tifoide. Le salmonelle del tifo presentano una notevole resistenza nell’ambiente esterno ma sono comunque sensibili all’azione dei comuni disinfettanti.

Esiste una vaccinazione?
Nei confronti della febbre tifoide sono oggi disponibili vaccini contenenti germi viventi attenuati, da somministrare per via orale (tre capsule da assumere a giorni alterni) e vaccini contenenti l’antigene polisaccaridico “Vi” della S.typhi, da somministrare per via intramuscolare (una sola dose, con richiami ogni 2-3 anni). Questi vaccini conferiscono una protezione pari all’80-90% della durata presumibile di 2-3 anni; sono indicati in situazioni epidemiche e per viaggiatori diretti in zone endemico-epidemiche, oppure per soggetti maggiormente esposti a rischio per motivi professionali. La vaccinazione antitifica è di valore limitato in caso di esposizione a casi conclamati, mentre può essere utile in caso di convivenza con portatori cronici.

MALARIA

Che cos’è?
La malaria è una malattia è una malattia infettiva trasmessa all’uomo da zanzare del genere Anopheles. La malaria è presente allo stato endemico in gran parte dell’Africa, nel sub-continente indiano, nel sud-est asiatico, in America latina e in parte dell’America centrale. Il 40% della popolazione mondiale vive in aree in cui la malaria è endemica. La malaria può presentarsi con sintomatologia variabile: nella maggior parte dei casi essa si presenta con febbre accompagnata da altri sintomi quali: brividi, mal di testa, mal di schiena, sudorazione profusa, dolori muscolari, nausea, vomito, diarrea, tosse. La diagnosi di malaria dovrebbe essere presa in considerazione per tutti i soggetti che presentino tale sintomatologia e che abbiano soggiornato in Paesi in cui è presente la malaria. Le infezioni da P. falciparum (la specie di plasmodi responsabile della forma più grave di malaria, anche definita “terzana maligna”) non trattate possono complicarsi con insufficienza renale, edema polmonare, coma e progredire fino al decesso. Le persone che abbiano soggiornato per diversi anni in aree endemiche per malaria possono presentare forme asintomatiche di infezione, con presenza dei parassiti nel sangue ma assenza di qualsiasi sintomo riferibile a malaria.

Cosa la provoca?
La malaria è provocata da protozoi (parassiti microscopici) appartenenti al genere dei Plasmodi. La malaria umana può essere causata da quattro tipi di Plasmodi: Plasmodium falciparum, responsabile della malaria maligna o terzana; Plasmodium vivax, responsabile della terzana benigna; Plasmodium malariae, responsabile di una forma di malaria definita “quartana” a causa della caratteriscrica periodicità con cui si presenta la febbre, e Plasmodium ovale. Le infezioni “miste”, con contemporanea presenza di plasmodi di tipi diversi, non sono rare nelle zone endemiche.

Come si trasmette?
La malaria I parassiti malarici vengono trasmessi all’uomo, che è l’unico serbatoio della malattia, attraverso la puntura di zanzare femmine, che si nutrono di sangue per portare a maturazione le uova. I plasmodi compiono una parte del loro ciclo vitale all’interno dell’organismo umano (ciclo asasseuato) ed una parte nell’organismo delle zanzare (ciclo sessuato). Le zanzare Anopheles, vettori della malaria pungono abitualmente nelle ore di oscurità.

Qual è il periodo di incubazione?
La malaria non si trasmette per contagio interumano diretto, ma soltanto attraverso il tramite delle zanzare. Persone colpite da malaria, e non curate, possono essere infettanti per le zanzare fino a 1 anno in caso di malaria da P.falciarium, fino a 1-2 anni nel caso di malaria da P.vivax, per più di 3 anni nel caso di infezione da P. malariae. Le zanzare rimangono infettanti per tutta la vita. Le zanzare rimangono infettanti per tutta la vita. La trasmissione della malaria può avvenire anche in seguito alla trasfusione di sangue o di globuli rossi provenienti da soggetti malarici e contenenti forme asessuate vitali di plasmodi, ma in Italia esistono norme di legge che escludono dalla donazione persone che, negli ultimi due anni, abbiano soggiornato in zone malariche e/o abbiano effettuato profilassi antimalarica.

Come si previene?
La malaria è scomparsa nel nostro Paese a partire dagli anni ’50. I casi di malaria attualmente registrati in Italia sono casi contratti all’estero, in zone malariche, da viaggiatori internazionali. Il rischio di contrarre la malaria può essere minimizzato ricorrendo ad una attenta combinazione di misure di prevenzione comportamentale e di misure di prevenzione basate sull’assunzione di farmaci adatti (profilassi farmacologica o chemioprofilassi antimalarica).

Raccomandazioni per i viaggiatori: profilassi comportamentale
A causa delle abitudini notturne delle zanzare anofele, il rischio di trasmissione della malaria si manifesta principalmente nel periodo che va dal crepuscolo all’alba. Pertanto, per difendersi dalle punture di zanzare si consiglia di adottare apposite misure di prevenzione . L’adozione di misure di protezione personale, che da sole garantiscono un buon grado di protezione, riducendo il rischio di contrarre la malattia anche fino a 10 volte,  comprende l’uso di zanzariere, l’impiego di repellenti cutanei ed ambientali e di indumenti adatti.

Raccomandazioni per i viaggiatori: chemioprofilassi
Alle misure di profilassi comportamentale può essere associata la profilassi con farmaci che riduce ulteriormente il rischio di infezione. Ad oggi non esiste un farmaco antimalarico che, a dosaggi diversi da quelli impiegati per la terapia, sia in grado di prevenire l’infezione malarica nel 100% dei casi e che sia del tutto esente da effetti indesiderati; inoltre, la resistenza dei plasmodi ai farmaci antimalarici è sempre più frequente e coinvolge anche farmaci di impiego relativamente recente, quali la meflochina. Nella scelta di un appropriato regime di profilassi antimalarica vanno considerati vari fattori tra cui l’itinerario ed il tipo del viaggio (altitudine, passaggio in aree rurali o permanenza esclusivamente in zone urbane); il rischio di acquisizione di malaria da P. falciparum clorochino-resistente; precedenti reazioni allergiche a farmaci antimalarici; le condizioni di salute e l’attività lavorativa svolta dal viaggiatore. Alla chemioprofilassi antimalarica va sempre associata la profilassi comportamentale. La chemioprofilassi antimalarica deve essere iniziata 1 o 2 settimane prima della partenza (nel caso di impiego di doxicilina o di proguanil, la profilassi va iniziata 1° 2 giorni prima della partenza), continuando l’assunzione dei farmaci, ai dosaggi e con la periodicità prescritti, per tutta la durata del soggiorno e per non meno di 4-5 settimane dopo il ritorno dalla zona malarica. I farmaci antimalarici vanno assunti a stomaco pieno e con abbondante acqua.

I farmaci per la profilassi antimalarica
I viaggiatori internazionali, prima di effettuare la chemioprofilassi antimalarica, dovranno consultare il proprio medico di fiducia o le strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori, tra cui gli Uffici di Sanità Marittima, Aerea e di Frontiera del Ministero della Salute; il medico di famiglia oltre ad effettuare la prescrizione necessaria per l’acquisto in farmacia di tali farmaci, potrà anche valutare l’esistenza di controindicazioni o di situazioni che sconsiglino l’assunzione dei farmaci antimalarici. Nell’ambito delle aree malariche, l’OMS distingue 3 zone che si differenziano per intensità di trasmissione, distribuzione delle specie di plasmodi e dei ceppi isolati di P.falciarium chemio resistenti; per ognuna delle zone l’OMS suggerisce farmaci di scelta per la profilassi antimalarica. In ordine crescente di rischio vengono indicate la zona A, la zona B e la zona C

Cosa fare in caso di malattia?
In caso si sospetti di aver contratto la malaria, è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico o ad una struttura qualificata, per effettuare gli esami di laboratorio che confermino o escludano la diagnosi. La malaria dovrebbe essere sempre sospettata in caso di sintomatologia febbrile che si presenti a breve distanza dal ritorno da una zona malarica; questo particolare dovrebbe essere sempre riferito ai sanitari. L’esame diretto del sangue del paziente rappresenta la metodica più semplice ed immediata per verificare la presenza dei parassiti malarici. In caso di soggetti sospettati di aver contratto la malaria, ma i cui campioni di sangue non mostrino la presenza di parassiti, lo striscio di sangue dovrebbe essere ripetuto approssimativamente ogni 12- 24 ore per 3 giorni consecutivi.